Nell’Ottocento e nel Novecento la produzione manifatturiera ha svolto una funzione non solo economica, ma anche insediativa: ha attirato lavoratori, giustificato la presenza di famiglie, reso sostenibili scuole, servizi e infrastrutture. Il suo progressivo arretramento, prima verso i grandi centri, poi anche oltre i confini nazionali, ha lasciato effetti ormai strutturali su borghi e aree interne: perdita di attrattività economica e sociale, spopolamento, un patrimonio edilizio di straordinario valore architettonico e paesaggistico in stato di progressivo abbandono. Immobili difficili da recuperare non solo per i costi, ma perché la rigenerazione fisica, da sola, non è sufficiente. Restituire un edificio al suo splendore non restituisce vita al territorio, se manca una prospettiva economica e insediativa. La questione, allora, non è se il turismo possa contribuire al rilancio di questi territori, ma quale forma di turismo sia in grado di svolgere oggi una funzione analoga a quella che un tempo svolgeva l’industria. Una risposta concreta esiste, ma solo se il turismo smette di consumare i luoghi e impara ad abitarli.
Turismo di passaggio, turismo di presenza
Il punto di partenza è una distinzione spesso trascurata. I flussi brevi e intermittenti generano pressione sulle destinazioni, il fenomeno dell’overtourism, ma difficilmente giustificano investimenti complessi o contribuiscono a ricostruire un tessuto economico locale. Le permanenze più lunghe, anche se temporanee, al contrario, incidono sul territorio in modo assimilabile alla residenza: producono domanda stabile, occupazione, utilizzo continuativo degli immobili, relazioni economiche che non si esauriscono con la stagione o nel giro di una giornata. È una presenza che lascia traccia.
L’alternative hospitality come risposta strutturale
In questo spazio intermedio si colloca l’alternative hospitality: unità abitative inserite nei borghi e nei centri storici, ristrutturate e gestite in modo unitario e professionale, destinate a soggiorni più lunghi di quelli alberghieri, pur non assimilabili alla residenza tradizionale. Non affitto occasionale, non scorciatoia regolatoria: un modello che intercetta una domanda crescente di permanenza “ibrida”, legata al lavoro da remoto (il diffuso fenomeno dei nomadi digitali), a periodi di transizione, a forme di turismo lento sempre più diffuse tra famiglie e nella fascia senior della popolazione.
Rispetto all’hotel tradizionale, il modello presenta vantaggi strutturali. La grande ricettività alberghiera è una macchina industriale che richiede volumi, spazi standardizzati e un’organizzazione del personale che i centri minori spesso non sono in grado di sostenere, né economicamente né urbanisticamente. L’ospitalità residenziale professionale consente invece di mantenere le tipologie morfologiche del luogo, con investimenti più contenuti e un impatto compatibile con tessuti urbani fragili e immobili talvolta sottoposti a vincoli. In questo contesto, la gestione, più ancora della proprietà, diventa il fattore decisivo per trasformare il patrimonio edilizio dismesso in leva di sviluppo territoriale.
Sul piano occupazionale, il modello richiede competenze più facilmente reperibili anche al di fuori dei grandi centri urbani: in territori dove la carenza di manodopera rappresenta un vincolo strutturale, si tratta di un elemento tutt’altro che secondario, capace di innescare un ciclo economico senza presupporre condizioni che il territorio non è ancora in grado di offrire.
Vi è infine un effetto meno immediato, ma di rilievo strategico. Le permanenze medio-lunghe tendono a trasformare una parte degli ospiti, e delle persone impiegate nel settore, in potenziali nuovi residenti. Il ripopolamento non si ottiene per decreto: si ricostruisce attraverso forme graduali di presenza che precedono e preparano l’insediamento stabile. In questa prospettiva, l’ospitalità non si contrappone alla residenza, ma ne diventa un presupposto.
Non tutti gli ospiti sono uguali
Queste forme di ospitalità vengono spesso assimilate alle locazioni brevi che hanno trasformato in bed and breakfast molti appartamenti ubicati nei centri storici delle principali città, con effetti negativi ampiamente documentati. L’assimilazione è impropria. Quando invece gli operatori professionali intervengono per riqualificare e gestire interi immobili secondo un modello strutturato e non singole unità (troppo complesse da ristrutturare e da gestire, anche per le necessarie interazioni con i residenti o con altri operatori meno professionali), il quadro è radicalmente diverso. Queste forme di ospitalità insediativa contribuiscono alla rigenerazione dei borghi e dei centri storici presi d’assalto e snaturati dal turismo mordi e fuggi, redistribuiscono i flussi, alleggeriscono la pressione sulle destinazioni sature, ampliano l’offerta territoriale senza generare nuovi costi sociali. L’overtourism nasce dove mancano progetto, gestione e visione di lungo periodo.
Una questione di visione
L’ospitalità può diventare un nuovo driver di sviluppo dei borghi, delle aree interne e dei centri storici ma solo se smette di essere pensata come offerta ricettiva e inizia a essere progettata come strumento di sviluppo insediativo. La differenza non è semantica: è una scelta di visione che determina qualità degli interventi, durata degli effetti, compatibilità con i luoghi. Gli operatori e gli investitori che hanno già fatto questa scelta, che misurano il valore non sul numero dei passanti ma sulla qualità e la durata della permanenza, non stanno solo costruendo un modello di business più solido. Stanno ridando futuro a luoghi che sembravano averlo perso.
Per approfondire:
LUIGI BALESTRA, MARCO DUGATO E GIUSEPPE PIPERATA (a cura di), “Attrattività dei borghi e recupero del patrimonio edilizio per finalità residenziali e turistiche, tra proprietà e consumo”, Cacucci Editore, Bari, 2026, 490 pp.
In particolare:
- Sui rischi di overtourism, turistificazione e perdita di residenzialità: Emanuele Boscolo (p. 39 e ss.).
- Sulla distinzione tra iniziative episodiche e modelli strutturati di rigenerazione: Roberto Carleo (p. 77 e ss.).
- Sul ruolo del turismo sostenibile e della gestione del patrimonio immobiliare nei borghi: Silvia Romanò (p. 431 e ss.).