Dopo la “stagione champagne”

L'ora della verità per l'hotellerie italiana
di:
Lorenzo Luca Vianello

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Il problema strutturale dell’hotellerie italiana

La vulnerabilità del comparto ricettivo italiano è una criticità strutturale consolidatasi nel corso di decenni, complice un modello di sviluppo che ha privilegiato la quantità rispetto alla qualità e la gestione familiare rispetto alla professionalizzazione. Su un totale di circa 32.000 esercizi alberghieri presenti sul territorio nazionale, soltanto il 6-7% risulta affiliato a catene internazionali, mentre circa 7.000 risultano inattivi poiché i costi di riapertura eccederebbero i ricavi attesi. A questo si aggiunge la mancata manutenzione: i brand internazionali investono ogni anno fino al 5% del valore dell’asset in rinnovi; la famiglia italiana tipo non lo fa, con il risultato di un patrimonio ricettivo che si deteriora progressivamente. Questa è una premessa necessaria per comprendere le dinamiche che hanno caratterizzato il settore negli ultimi anni, e delineare le prospettive di sviluppo di un comparto che necessita di essere profondamente ripensato.

La stagione champagne: bella finché dura

La pandemia che nel 2020-21 ha paralizzato il settore, ha poi generato, in fase di riapertura, un fenomeno noto nell’industria come stagione champagne. Nel biennio 2022 – 2023, domanda elevata e propensione alla spesa dei viaggiatori hanno stravolto le logiche tradizionali del Revenue Management: tariffe precedentemente attestate sui 900 euro per camera sono state portate a 1.500 – 1.600 euro, registrando comunque piena occupazione. L’errore strategico non è stato cogliere l’opportunità congiunturale, ma interpretarla come un mutamento strutturale permanente del mercato.

Il 2024: la realtà si è ripresa la scena

Il 2024 ha segnato una discontinuità netta. Le strutture che hanno mantenuto invariate le politiche tariffarie del biennio precedente hanno registrato performance significativamente ridotte. A titolo esemplificativo, un albergo di lusso di recente apertura a Roma, conservando tariffe fino a 1.600 euro a notte, è arrivato ad avere un tasso di occupazione inferiore al 20%. Per contro, operatori che hanno adottato un approccio tariffario più calibrato, con una media intorno ai 900 – 1000 euro, hanno conseguito tassi di occupazione di oltre il 60%, confermando la superiorità di una strategia orientata all’ottimizzazione del ricavo complessivo rispetto alla massimizzazione della tariffa unitaria. Il fenomeno più critico è stato quello del panico tardivo: strutture che, dopo aver mantenuto prezzi elevati, in assenza di domanda sufficiente hanno applicato riduzioni tariffarie disordinate e talvolta eccessive. Tale comportamento, facilmente interpretabile dal mercato come segnale di debolezza, ha compromesso ulteriormente il proprio posizionamento competitivo.

Ultra lusso esperienziale e il rischio del posizionamento indefinito

Non tutto il comparto alto di gamma registra le medesime difficoltà: esiste una categoria che dimostra una solida tenuta: quella dell’ultra lusso esperienziale. Le strutture che operano con successo in questo segmento non si limitano a proporre un alloggio di pregio in una destinazione culturale, costruiscono un’esperienza integrale e non replicabile, dall’accesso esclusivo a musei e itinerari riservati ai servizi su misura. In questo quadro, tariffe superiori anche ai 2000 euro per notte trovano piena giustificazione commerciale.

La criticità più rilevante riguarda le strutture che hanno investito significativamente sull’asset immobiliare posizionandosi come prodotto di lusso con l’ambizione di competere con operatori di consolidata reputazione internazionale, senza tuttavia sviluppare quella proposta esperienziale differenziale che giustifica le tariffe premium.  A queste strutture è necessario rappresentare con chiarezza, in sede di finanziamento, la necessità di ricalibrare in maniera realistica le aspettative tariffarie.

I grandi gruppi globali e la corsa ai brand di nicchia

Una tendenza di rilievo riguarda l’accelerazione espansiva dei principali operatori globali. Marriott, Jin Jiang International, Hilton Worldwide, vantano ormai più di un milione di camere gestite con IHG Hotels & Resorts, Wyndham, e Accor poco dietro con più di 800.000 camere. Tuttavia, la velocità di crescita richiesta e la distanza culturale dai mercati locali rendono la creazione di nuovi brand da zero una strategia non percorribile: la risposta è l’acquisizione. Marriott ha acquisito CitizenM, tre stelle urbano presente in 30 città e oggi ha 30 brand, Accor ha incorporato i 25hours. La logica sottostante è coerente: operatori locali, dotati di conoscenza approfondita del territorio e dei comportamenti della domanda, identificano una nicchia, costruiscono intorno ad essa un brand riconoscibile e scalabile, e diventano successivamente oggetto di interesse da parte delle grandi piattaforme distributive globali. 

Per il mercato italiano, questa dinamica configura al contempo un’opportunità e un monito. Chi è in grado di leggere con anticipo le evoluzioni della domanda locale e costruire un’identità di prodotto distintiva può creare valore significativo, potenzialmente appetibile per operatori di scala internazionale. Per contro, chi adotta un atteggiamento attendista, rischia di trovarsi escluso da uno spazio competitivo nel frattempo già occupato da altri.

White label vs branded hotel

L’Italia offre anche esempi interessanti di strutture indipendenti capaci di competere, e in molti casi eccellere, senza il supporto di un brand internazionale. È proprio in questo segmento che i valori distintivi dell’ospitalità italiana esprimono il loro pieno potenziale: cura del dettaglio, personalizzazione del servizio, radicamento nel territorio. Tuttavia, per conseguire risultati di rilievo, la proprietà è chiamata a un impegno diretto e continuativo, tanto sul fronte degli investimenti quanto su quello della gestione operativa. In questo contesto si inserisce una tendenza in crescita: la domanda, da parte di ospiti italiani e internazionali, di un’accoglienza su misura, autentica e non standardizzata, che i grandi brand faticano strutturalmente a offrire.

Il segmento medio: un’opportunità ancora poco esplorata

Uno dei temi di maggiore rilevanza per il prossimo ciclo è la quasi totale assenza di offerta rinnovata nella fascia tre-quattro stelle. Il fabbisogno del mercato italiano non riguarda interventi di maquillage sullo stock esistente, ma una revisione profonda del modello di prodotto. Due operatori attualmente in portafoglio appaiono indicativi della direzione più promettente.

Yellow Square, brand italiano dall’ostello al boutique hotel, con tariffa camera contenuta e ricavo incrementale generato dalle esperienze, e Room00, brand spagnolo che converte uffici dismessi in strutture alberghiere quattro stelle entry level, con tariffe tra 150 e 200 euro e tempi di realizzazione competitivi.

Il mercato non aspetta

Il settore alberghiero italiano si trova oggi a un bivio. Da un lato, un patrimonio ricettivo in larga parte obsoleto, gestito con logiche familiari inadeguate alle sfide di un mercato sempre più competitivo e globalizzato. Dall’altro, un fabbisogno di rinnovamento di proporzioni storiche, che rappresenta per gli operatori capaci di leggere il mercato un’opportunità concreta e misurabile.

Le variabili in gioco sono chiare: chi investe oggi con una visione precisa della propria identità di prodotto e del segmento di domanda a cui si rivolge si posiziona per catturare valore, tanto sul mercato dei clienti finali, quanto su quello, altrettanto rilevante, delle acquisizioni da parte dei grandi gruppi internazionali. Chi invece attende, o peggio continua a operare con modelli di pricing e gestione disancorati dalla realtà del mercato, rischia di trovarsi fuori tempo massimo.

A cura di

Head of Real Estate Industry, UniCredit

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